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Sangue blu: duro colpo al clan Santapaola-Ercolano

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individuato il presunto “responsabile provinciale” legato da vincoli di sangue allo storico capomafia “Nitto” Santapaola.

Duro colpo alla mafia catanese, dove questa mattina i carabinieri del Comando Provinciale di Catania coordinati alla Procura di Catania guidata da Carmelo Zuccaro hanno eseguito oltre trenta arresti nelle provincie di Catania, Prato, L’Aquila, Enna, Perugia, Vibo Valentia, Palermo, Benevento, Siracusa e Avellino.

Gli indagati raggiunti dal provvedimento, sono accusati di “associazione di tipo mafioso e concorso esterno”, “estorsione”, “traffico di sostanze stupefacenti”, “detenzione illegale di armi e munizioni” e “concorso in trasferimento fraudolento di valori”, reati aggravati dal metodo mafioso.

L’operazione “Sangue blu” scattata stamattina, avrebbe permesso di eseguire anche l’arresto dell’attuale “responsabile provinciale” della famiglia mafiosa “Santapaola – Ercolano”. Dall’indagine sono emersi un vasto giro di estorsioni ai danni di imprenditori catanesi, un fiorente traffico di stupefacenti, il recupero crediti attraverso prestiti ad usura e l’intestazione fittizia di attività economiche.

“L’indagine scatta una fotografia molto chiara della famiglia mafiosa Santapaola-Ercolano. Si tratta di un sodalizio attivo sul territorio in grado di esercitare una rilevantissima pressione estorsiva ed una forza intimidatrice”. Lo afferma il Comandante provinciale dei carabinieri di Catania Rino Coppola incontrando la stampa.  “Lo dimostrano – aggiunge- le attività criminali che sono state documentate durante le indagini, un rilevante traffico di sostanze stupefacenti che approvvigionava tutte le piazze di spaccio della città, estorsioni ai danni di imprenditori ed attività commerciali, intestazioni fittizie di beni”.

I proventi delle attività illecite venivano utilizzati sia per il mantenimento delle famiglie degli affiliati detenuti, sia reinvestiti in altre attività imprenditoriali infiltrando il tessuto economico catanese. Sequestrati beni per un valore complessivo di oltre 4 milioni di euro.

Le indagini sono scattate nel 2018 e concluse nel dicembre 2020, attraverso attività tecniche e sul territorio, ulteriormente riscontrate dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e da indagini patrimoniali, ha consentito di monitorare le evoluzioni delle dinamiche associative della famiglia di Cosa Nostra catanese ed in particolare del clan Santapaola-Ercolano, individuandone, allo stato degli atti, il presunto “responsabile provinciale” Francesco Tancredi Maria Napoli, nipote di Salvatore Ferrera detto “Cavadduzzo” e legato da vincoli di sangue allo storico capomafia Benedetto “Nitto” Santapaola.

Le indagini dei carabinieri, avrebbero disvelato come – già in prossimità della scarcerazione di Napoli, avvenuta nel 2019 dopo oltre 13 anni continuativi di detenzione, lo stesso, secondo la ricostruzione, “sarebbe stato investito della carica di rappresentante di Cosa Nostra catanese da elementi di vertice della “famiglia””. Investitura, che sarebbe stata confermata dalle recenti dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Silvio Corra e Salvatore Scavone. Ma in precedenza, diversi collaboratori, tra cui Santo La Causa, lo avevano indicato quale uomo d’onore “riservato”.

Napoli, secondo la ricostruzione degli investigatori, aveva adottato delle cautele per evitare che le sue conversazioni potessero essere ascoltate dalle Forze dell’Ordine, come l’utilizzo di una rete telefonica riservata, costituita da utenze intestate ad ignari cittadini extracomunitari, frequentemente sostituite. Gli incontri, secondo la ricostruzione degli investigatori, avvenivano sempre in presenza, facendo anche molta attenzione.

Secondo l’accusa, avrebbero rivestito un ruolo di particolare rilievo le figure di Buffardeci Cristian e di Colombo Domenico. Buffardeci, in qualità di “braccio destro” e Napoli, gli avrebbe consentito di evitare un’esposizione diretta nella gestione degli affari illeciti della “famiglia”, in particolare nei contatti con soggetti pregiudicati e nell’organizzazione degli appuntamenti. Il suo pieno coinvolgimento all’interno dell’associazione mafiosa sarebbe inoltre confermata dalla circostanza che, in diverse occasioni e su incarico di Napoli, avrebbe preso parte in sua vece a delicati incontri con soggetti di vertice di altre organizzazioni criminali.

Secondo l’accusa su Domenico Colombo, sarebbero emersi sia gli stretti legami con personaggi di vertice dell’associazione, tra cui in particolare Vincenzo Sapia, Salvatore Rinaldi, Carmelo Renna e Francesco Santapaola  cl’ 79, sia il suo ruolo nella gestione delle attività estorsive e di recupero crediti nei confronti di soggetti che ritardavano nel pagamento dei debiti, raccogliendo, in particolare, le somme destinate alla famiglia di Francesco Santapaola.

L’attività investigativa avrebbe inoltre documentato i “reati fine” strumentali al sostentamento dell’associazione mafiosa, tra i quali si pongono in evidenza le diverse estorsioni ai danni di imprenditori catanesi, un fiorente traffico di cocaina e marijuana, gestito direttamente da Gabriele Santapaola e dai fratelli Giuseppe e Antonino – figli di Santapaola Salvatore inteso “Turi Colluccio” – , il recupero crediti attraverso prestiti ad usura e l’acquisizione, diretta o indiretta, della gestione e del controllo di attività economiche.

Per quanto riguarda invece le attività estorsive della “famiglia”, le indagini avrebbero documentato almeno sei estorsioni ai danni di imprenditori dei settori dei servizi per la logistica, delle attività turistico-ricreative e del commercio all’ingrosso e al dettaglio, corroborate anche dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e da soggetti informati sui fatti, che sarebbero state consumate dal sodalizio criminale per fare fronte alla mancanza di fondi per il mantenimento delle famiglie degli affiliati detenuti.

Il “modus operandi” delle richieste estorsive avveniva con i classici metodi mafiosi, come per esempio la collocazione di una bottiglia incendiaria all’esterno di un noto stabilimento balneare in località Playa, accompagnata da un pizzino con la scritta “200 mila euro o ti cerchi l’amico 2 giorni di tempo”. Una richiesta di denaro, è stata invece interrotta in flagranza dai carabinieri, che durante l’attività investigativa, sono riusciti a trarre in arresto un soggetto vicino alla “famiglia”, bloccato appena dopo aver prelevato poco più di mille euro da un imprenditore catanese, il quale, dopo un’iniziale reticenza, ha riferito di essere stato vittima di pressanti richieste già da diverso tempo.

Sono 35 le persone arrestate 26 in carcere e 9 ai domiciliari: In carcere sono finiti: Carmelo Bonaventura, 60 anni; Cristian Buffardeci, 46 anni; Francesco Caserta, 51 anni; Angelo Antonino Castorina, 31 anni; Domenico Colombo, 46 anni; Salvatore Di Mauro, 57 anni; Carmelo Cristian Fallica, 37 anni: Orazio Magrì, 51 anni; Mario Marghella, 52 anni; Corrado Gabriel Muscarà, 26 anni; Francesco Tancredi Maria Napoli, 46 anni; Angelo Occhipinti, 48 anni; Giuseppe Pappalardo, 55 anni; Vincenzo Pino, 24 anni; Francesco Platania, 54 anni; Carmelo Raciti, 40 anni; Antonino Santapaola, 38 anni; Francesco Santapaola, 43 anni; Gabriele Santapaola, 38 anni; Giuseppe Santapaola, 41 anni; Vincenzo Sapia, 56 anni; Giuseppe Scaletta, 56 anni; Lorenzo Michele Schillaci, 54 anni; Gaetano Sortino, 57 anni; Gaetano Tringale, 61 anni; Daniele Carmelo Zappalà, 56 anni.

 Ai domiciliari Eugenio Dante Barbero, 48 anni; Barbaro Bruno, 51 anni; Salvatore Di Massimo, 50 anni; Francesco Ferrera, 58 anni; Rosario Lombardo, 54 anni; Salvatore Daniele Lomonaco, 40 anni; Simone Scirè, 43 anni; Giuseppe Turrisi, 49 anni; Gerardo Zammataro, 47 anni.

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