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giovedì 7 Luglio 2022

Una rete tra pubblico e privato per far “volare” il turismo in Sicilia

Nel primo trimestre di quest’anno già oltre 800mila presenze nell’isola

Nel 2021 in Sicilia si è registrato un incremento di presenze del 45% rispetto all’anno precedente con un boom di stranieri (+83%), mentre la quota degli italiani si è attestata su un +34%. Un trend che, stando sempre ai dati presentati dalla Regione Siciliana alla Bit di Milano, viene confermato anche per i primi tre mesi del 2022 in cui si sono registrate già 800 mila presenze nell’isola. Un +43% di presenze rispetto al primo trimestre del 2021 che fa ben sperare.

E partendo da questi dati, nei giorni scorsi, al Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università di Catania, si è tenuto un “focus” sul turismo siciliano grazie al convegno “In Sicilia Turismo è… Riflessioni e confronto sul sistema turistico territoriale” organizzato dalle docenti Eleonora Pappalardo e Simona Monteleone del corso di laurea in Scienze del Turismo.

«Negli anni ’90 e duemila il numero delle presenze in Sicilia è aumentato del 73% – ha spiegato Simona Monteleone, docente di Elementi di economia -. La pandemia prima e i problemi geopolitici a livello mondiale dopo hanno causato un forte rallentamento. Il settore turistico in Sicilia tuttora non ha un’incidenza molto elevata sul Pil locale, buona parte delle potenzialità di questo territorio sono rimaste a lungo poco sfruttate. La causa principale risiede nella carenza di infrastrutture, della rete dei trasporti e dalla forte presenza di sommerso».

«Attualmente in Sicilia la programmazione regionale, così come confermato dall’assessore Manlio Messina, punta alla creazione di un’offerta turistica integrata tra mare, ambiente e cultura per permettere una crescita del numero di presenze e una maggiore destagionalizzazione dei flussi dei visitatori – aggiunge la docente -. L’arte, la storia, la gastronomia, adeguatamente valorizzate attraggono il potenziale turista, ma è necessario che le città siciliane siano più vivibili, bisogna valorizzare l’arredo urbano, migliorare le condizioni igieniche, fattori questi che incidono sulla valorizzazione del bene turismo».

«La “rete” che deve caratterizzare il settore turistico ha le maglie ancora troppo larghe, le istituzioni, l’accademia e gli stakeholder fanno fatica a seguire una unica linea strategica» ha sottolineato la prof.ssa Monteleone evidenziando la «grande passione e amore verso il territorio degli addetti ai lavori che giornalmente si impegnano affinché la Sicilia possa finalmente diventare una meta a vocazione turistica».

Dal “tavolo tecnico”, a cui hanno preso parte rappresentanti istituzionali come l’assessore al Turismo Manlio Messina e del mondo accademico e della ricerca oltre che gli stakeholder e gli studenti delle dinamiche alla base della gestione del comparto, sono state lanciate anche diverse proposte.

«È impossibile parlare di turismo per “compartimenti stagni” immaginando che la ricchezza del nostro patrimonio culturale e l’unicità della nostre risorse ambientali possano, da sole, bastare a compensare il resto – ha spiegato Eleonora Pappalardo, docente di Archeologia classica e promozione -. La Sicilia è una regione estremamente composita, caratterizzata da differenze fisiche, culturali e economiche legate alle dimensioni dell’isola e alle differenti culture che la popolarono nei secoli e alle diverse politiche locali in atto. A questa natura caleidoscopica non fa eco, ancora, una “rete” adeguata di infrastrutture e servizi e, soprattutto, una concezione unitaria, che superi la frammentarietà, portando ad una visione complessiva della destinazione. Semplificando, la nostra regione è frammentata, e noi la proponiamo in maniera frammentata». «Una soluzione potrebbe essere quella di pensare ad una “Unique selling proposition”, una proposta di “vendita” unica, partendo dalla creazione di un brand unico, sfrondato, però, del retaggio atavico che associa la nostra isola a pizza, mafia e mandolino. Un’immagine della Sicilia capace di racchiudere, e veicolare, il senso profondo della nostra isola, la sua complessità e ricchezza».

«Alla base di un simile progetto deve esserci un dialogo costante e costruttivo tra il pubblico e il privato, una comunione di intenti; è necessario che l’uno subentri all’altro dove necessario – aggiunge la docente -. Al contempo va sanata la delicatissima diade tra beni culturali e turismo, senza cadere nella rete del “vendibile a tutti i costi”. Proprio questo è ciò che insegniamo ai nostri studenti: se, da un lato, le risorse culturali possono essere declinate in offerta e calate in un sistema di politiche strategiche di valorizzazione e fruizione; dall’altro, è necessario garantirne l’integrità, tenerne a mente il valore, prima ancora che economico, culturale e identitario, e farcene garanti per le generazioni future».

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