Figlio Marco Biagi: “Sconto pena come ucciderlo ancora”

Bologna, 15 mar.- (AdnKronos) – di Paola Benedetta Manca
”Spero davvero che non venga ridotta la pena al terrorista Boccaccini, oppure, se proprio non se ne può fare a meno, proprio di pochissimo” dice, in un’intervista all’AdnKronos, Lorenzo, il figlio 30enne di Marco Biagi. “E’ giusto che sconti tutta la pena che gli è stata inflitta per aver ucciso mio padre. Io, mia mamma e mio fratello ci auguriamo che non ci sia nessuno sconto di pena, sarebbe come se mio babbo venisse ucciso una seconda volta”. ”E’ giusto che Boccaccini paghi per ciò che ha fatto – ribadisce Lorenzo Biagi -. Già c’è stata l’ingiustizia della mancata scorta a mio padre, sarebbe una doppia ingiustizia se gli venisse accorciata la pena. Non ha avuto l’ergastolo per averlo ucciso e gli sono state riconosciute le attenuanti generiche, almeno sconti tutta la detenzione” . ”L’omicidio di mio padre è stato un attentato alla democrazia – sottolinea -, ha colpito tutto il Paese, spero che si rifletta su questo quando si deciderà su questo accorpamento di pena e che lo Stato lanci un segnale in questo senso. Tra l’altro, se la pena di Bocaccini viene ridotta, essendo già passati 17 anni, vuol dire che uscirà dal carcere tra poco e mi auguro proprio che non sia così”. ”Mio padre – accusa il figlio di Biagi -, se non gli avessero revocato la scorta, nel novembre 2001, sarebbe ancora vivo e la rabbia, per come è stato abbandonato alla morte nonostante chiedesse protezione, credo che non mi passerà mai. Arrivavano continuamente telefonate anonime, in casa a Bologna e in campagna; era evidente che mio babbo rischiava la vita, non era allarmismo il suo”. ”Lo Stato – conclude con amarezza – l’ha colpevolmente abbandonato al pericolo, ‘costringendolo’ a continuare il lavoro che faceva da solo e senza protezione”.
NIPOTE, SPERIAMO NON CI SIA RIDUZIONE PENA – “Fare uno sconto di pena a chi ha ucciso mio zio e ha fatto parte del commando di fuoco che ha partecipato all’organizzazione del suo omicidio non esiste, è come assassinarlo una seconda volta”. Lo dice, in un’intervista all’AdnKronos, Giulio Venturi, nipote di Marco Biagi, figlio di sua sorella Francesca.
“Speriamo e auspichiamo che questa richiesta non porti da nessuna parte e non ci sia una riduzione di pena. Sarebbe profondamente ingiusto ? aggiunge Venturi che è consigliere comunale di ‘Insieme per Bologna’ sotto le Due Torri -. Chi si macchia di un delitto e di un reato così grave deve pagare fino in fondo e scontare per intero la pena assegnatagli dallo Stato. Non sono d’accordo su nessun cumulo di pena e non ne vedo il motivo”.
“Boccaccini ? insiste – deve pagare per ogni singolo crimine commesso: non siamo al supermercato dove si trovano le promozioni ‘prendi 3 e paghi 2’ dei prodotti, qui stiamo parlando di azioni terroristiche e morti che hanno portato via padri di famiglia, fratelli e zii?.
“Lo Stato deve evitare questa seconda ingiustizia nei confronti di Biagi ? avverte -, la prima è stata quella di togliergli la scorta, non l’ha protetto ed è stato ucciso, se concedesse uno sconto di pena a uno dei terroristi che l’ha assassinato sarebbe come ucciderlo una seconda volta”. “L’omicidio di mio zio ad opera delle Br è una ferita che si riapre ogni anno, in occasione della ricorrenza della sua morte ? sottolinea -, è stata una tragedia talmente grande per la mia famiglia che è impossibile rimarginare questa ferita. Io, pur essendo cattolico, non potrò mai perdonare i suoi assassini”.
Martedì prossimo, 19 marzo, cadranno i 17 anni dal giorno della morte di Marco Biagi a Bologna. Sei proiettili, poco dopo le 20, impedirono per sempre al professore e giuslavorista di rientrare in casa, in via Valdonica, dove era arrivato a bordo della sua bicicletta dalla stazione, sceso dal treno che da Modena, dove era docente all’Università, lo aveva riportato a Bologna. Nel processo di primo grado, tenutosi il 1 giugno 2005, la Corte d’Assise di Bologna, dopo ventidue ore di camera di consiglio, condannò a cinque ergastoli i componenti delle Nuove Br: Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi (la nobildonna che si impiccò in cella con strisce di lenzuola il 31 ottobre 2009) e Simone Boccaccini. A Boccaccini, il carcere a vita in primo grado fu ridotto a 21 anni in appello, per la concessione delle attenuanti generiche, e la Cassazione confermò la sentenza.