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Messina Denaro, l’inchiesta si allarga

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Quello di cui la Procura è certa è che sarà difficile che qualcuno collabori con gli investigatori visto che attorno alla latitanza del padrino c'è ancora una "totale e diffusa omertà".

 “Il quadro di connivenze in favore di Matteo Messina Denaro fuori e dentro le strutture sanitarie, sta assumendo dimensioni allarmanti e imporrà ulteriori approfondimenti che saranno svolti in un contesto che fino ad ora non ha mostrato alcuno spirito collaborativo”. I pm di Palermo sono netti e puntano alle complicità di cui l’ex latitante godeva tra le corsie e i camici.

I carabinieri del Ros hanno arrestato un tecnico radiologo dell’ospedale di Mazara del Vallo, Cosimo Leone, accusato di essere una delle pedine del capomafia nella sanità. Ma siamo solo all’inizio. A dirlo sono gli stessi pm nella richiesta di misura cautelare per l’indagato, finito in manette insieme all’architetto Massimo Gentile e a un terzo favoreggiatore. “La complicità del Messina Denaro all’interno delle strutture ospedaliere non possono certo limitarsi a Leone, – spiegano i magistrati – e sarà possibile dimostrarla solo attraverso un lavoro paziente e certosino di verifica costante di dati probatori suscettibili di profonda contaminazione”.

Quello di cui la Procura è certa è che sarà difficile che qualcuno collabori con gli investigatori visto che attorno alla latitanza del padrino c’è ancora una “totale e diffusa omertà”. Al momento le collusioni nell’ambiente medico scoperte sono due: oltre a Leone è finito in carcere, mesi fa, il medico curante del boss, Alfonso Tumbarello. E agli atti dell’inchiesta di ieri c’è anche il nome dell’oncologo trapanese Filippo Zerilli.

Il tecnico radiologo fece avere a Messina Denaro il cd con la tac fatta a Mazara perchè Zerilli potesse vederla. Una tac anticipata più volte e fissata a brevissimo giro dalla diagnosi di cancro al colon fatta i primi di novembre del 2020, dopo una endoscopia, al padrino. E in effetti a vedere i tempi degli step ospedalieri del capomafia c’è da restare sorpresi per la velocità. Una solerzia sospetta, quella riservata al boss che all’epoca usava documenti falsi, su cui si concentrano attualmente gli investigatori. La diagnosi venne fatta privatamente il 3 novembre del 2020 in un ambulatorio privato, il 6 il boss è stato visitato dal chirurgo dell’ospedale, il 9 era ricoverato, il 10 è stato sottoposto alla Tac. L’esame, come detto e come risulta dalla documentazione sequestrata, è stato più volte anticipato.

Nel giorno degli accertamenti, inoltre, Leone chiese di cambiare turno facendo coincidere la sua presenza in ospedale con gli accertamenti diagnostici e informando costantemente della salute del paziente un altro fiancheggiatore, Andrea Bonafede, cugino e omonimo del geometra che aveva prestato al boss l’identità per farsi curare. Una velocità che insospettisce gli inquirenti, dunque, che ritengono che al boss sia stata riservata una corsia preferenziale.

Leone, interrogato oggi dal gip, si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre l’altro fiancheggiatore arrestato ieri si è detto innocente. Domani toccherà a Massimo Gentile, l’architetto che avrebbe prestato il nome al capomafia tra il 2007 e il 2017, difeso dall’ex Pm antimafia Antonio Ingroia. Infine, nell’inchiesta spunta il nome di una donna, l’ennesima nella vita del boss. A luglio si è presentata ai pm per raccontare di aver frequentato per anni Messina Denaro. “Non sapevo chi fosse realmente – ha detto – Mi aveva dato un altro nome”.

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